19 settembre 2006

Stream of Consciousness #6

Che è?

E' successo e aveva un senso
Me lo ricordo, l'ho sentito
Ora il tempo ha accumulato
tutti i dubbi che mancavano

***

Ultimo


Lo giro fra le dita
lo passo sotto il naso
è il tesoro più prezioso
stanotte: è l'ultimo
Aspetto ancora un po'
Gocce d'ambra cadute sul tavolo
sono meno rare
Fatico a trattenermi
l'accenderò
poi avrò soltanto fumo
e cenere

***
Debito d'aria

Inspiro; espiro.
Resto immobile.
Mi accorgo dal silenzio
e dal vuoto del corpo,
dovrei respirare ancora.

***
Oddity

Neither six
nor eight
seven
that is normality

13 settembre 2006

Ragioni Etiliche 4

La madre di Lisa non poteva proprio sopportarmi. Mi ricordo come fosse oggi il primo giorno che mi ha portato a casa dai suoi. È strano, se ci penso, che mi ricordo proprio di lei, tra tutte le cose che dovrei ricordare. Il padre, il notaio, per esempio, non lo ricordo più. Non mi ricordo come era fatto. Quel giorno stava al tavolo con la testa abbassata sul piatto e non parlava. Lisa invece parlava con tutti e rideva. Si girava a guardarmi ogni tanto e poi continuava a parlare. I suoi capelli neri, lunghi e lisci si muovevano come le onde. Sua madre mi squadrava con quella faccia da cagnaccio, non mi toglieva gli occhi di dosso. Sarà stato perché quel giorno avevo una cicatrice ancora fresca sull’occhio ed ero divorziato. O perché allora avevo la barba da due anni di imbarco e dimostravo più degli anni che avevo, troppi di più di Lisa comunque. Nemmeno i fiori erano serviti a niente. Nemmeno una camicia stirata e la cravatta. E nemmeno i cioccolatini, che continuavo a portare ogni volta che mi trovavo in città fra un servizio e l’altro.
Lisa lo sapeva e se ne fregava. Scuoteva la testa e diceva che non era importante. Così diceva e continuava sorridermi, a prendermi in giro, a dirmi che ero un animale e la mamma aveva ragione.
Quando decidemmo di andare a vivere insieme fu la rivoluzione a casa sua. Perfino il padre si mise a strillare. Lisa che guardava lui e guardava lei, i capelli che le andavano di qua e di là. Io stavo fermo come un sedano e guardavo Lisa dritta in piedi con quelle braccia sottili, i pugni stretti e quella faccia ostinata che sapeva fare.
Ci trasferimmo in quell’appartamentino dietro la Sapienza che non c’era spazio neanche per respirare. Lei studiava tutto il pomeriggio e io fumavo e guardavo la televisione.
Sono stato bene con lei per quanto è durato. Anche se a ripensarci venticinque anni dopo la madre aveva ragione. Non eravamo accoppiati bene per niente. A lei non piaceva venire in birreria con me e con i miei amici e non le piaceva sentire i discorsi da ubriachi sulle navi e sui viaggi e su tutte le cose che interessavano a me. Lei si voleva laureare presto e io non capivo un’acca dei suoi libri e non mi piacevano i suoi amici studenti coi capelli lunghi e le facce da cantanti rock che frequentava. E a lei non piacevano i miei, perché avevano la divisa e puzzavano di fumo e di birra. Io ci sarei stato seriamente con lei per –magari- ricominciare da capo, ma non poteva funzionare.
Fui rimbarcato a Febbraio e tornai tre mesi dopo che lei già s’era sistemata bene le cose con uno degli assistenti lì dell’università. Tornai a casa e non feci in tempo a buttare il sacco sul letto che già l’avevo capito da come mi guardava. Giusto il tempo di pranzare insieme l’ultima volta con quelle schifezze vegetariane di miglio e altre porcherie che le piaceva preparare e se n’era andata. Mi sono trattenuto e sì che mi veniva di prenderla a sberle. Per tutte le cazzate che m’aveva detto; perché a nessuno piace essere un cornuto. Le avrei fatto male e poi mi sarei pentito. Mi sono pentito comunque perché alla fine è toccato a me pagare l’affitto e scolarmi da solo tutte le bottiglie in casa per cercare di capire.


Capitoli precedenti: 3, 2, 1
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Suggestioni anche da "Giugno '73" (da ascoltare) e "La Moglie del Leprotto" (da farsi raccontare)



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09 settembre 2006

The Merchant



Selling out memories like never before
Come on, you folks! Who offers more?
My soul on display just waits for a bid
Oh, bring it home and take off the lid!

07 settembre 2006

Tango

Il mio palmo e la tua schiena nuda
I nostri ventri si sfiorano
Respiro nel profumo dei capelli
Ti prendo e ti lascio. Sento tutto di te


[Idea di tango per GotanBlog]

06 settembre 2006

Ragioni Etiliche - 3

Sono inciampato. E che non può capitare a chiunque? Lungo a pelle d’orso davanti al divano e cascando ho dato una capocciata tremenda sul tavolino. Sì, un male boia. Sarò rimasto almeno un quarto d’ora a pancia all’aria che non riuscivo nemmeno a capire dov’ero e che cazzo era successo.
Alla fine sono riuscito a mettermi in ginocchio con la testa che mi batteva come una campana e strisciare in qualche modo fino al bagno. Perdevo sangue come un maiale sgozzato da un taglio grosso così sopra l’occhio destro. Come quella volta che a Taranto, in una delle viuzze vicino all’Arsenale, s’era fatto a bottigliate coi teppisti.
Ho fatto appena in tempo ad abbracciare la tazza del cesso e mi sono vomitato pure l’anima. Una sbronza memorabile, ti giuro! Me la tenevo stretta come un’amante. Ah! Mi sono liberato e poi mi sono sdraiato sul pavimento con un asciugamano bagnato in fronte. Fino alla mattina dopo quando la signora che mi fa le pulizie ogni tanto mi ha recuperato e, in qualche modo, m’ha rimesso a letto.
Adesso che mi guardo allo specchio mentre mi faccio la barba mi viene in mente quel pittore irlandese come-si-chiama -una volta ci ho visto una mostra- quello che dipinge tutte le facce storte e gli occhi pisti. Proprio come me adesso e mi viene da ridere.

04 settembre 2006

Impronte

Ci siamo guardati a lungo senza parlare, né io né te avevamo il coraggio di dirlo finalmente. Ci siamo abbracciati in un abbraccio che non voleva finire e un bacio che raccoglieva le memorie di tutto il tempo assieme.
Sono stato io a staccarmi. Come sempre. Ti sei aggiustata i capelli corti, una passata delle dita fra quel ciuffo biondo ribelle. Mi hai sistemato il bavero del cappotto e la cravatta, come sempre.
Le nostre auto parcheggiate fianco a fianco. Un'ultima occhiata e lo sbattere delle portiere.
Sei tornata indietro, mentre ancora cercavo di infilare le chiavi nel cruscotto. Hai poggiato le mani sul finestrino (e sai quanto lo odio). Hai lasciato un bacio sul vetro immacolato. Un fiore rosso.
Sei volata via. Prima che avessi tempo di fiatare.
Oggi è brutto fuori. Sto prendendo un altro caffè prima d'uscire, guardando alla finestra. Oggi pioverà e laverà via le ultime tracce di rossetto. L'unica cosa che ancora ho di te.

29 agosto 2006

Ragioni Etiliche - 2

Quella sera, sarà stato un mese fa, m'ero messo -come faccio spesso- ad aspettare il ponentino delle nove e già faceva scuro. Me ne stavo appunto spaparanzato in giardino sulla sdraio a bere e a fumare, quando una cosa nera è scappata fuori dall’orto. Sì, ché io c’ho provato a farci crescere qualcosa in questo pezzettino di orto. La frutta, i pomodori; tanto per passare il tempo. Ma vicino alla circonvallazione c’è così tanto fumo e polvere che non ci può venire niente di buono. Solo i rovi, quelli sì. E proprio dai rovi è spuntato il micio. Un micetto nero e bianco e gli occhi chiari. Piccolissimo, tutto magro e impaurito, eppure (la fame è una brutta cosa) m’è venuto fino davanti ai piedi e io gli ho tirato un pezzetto di grasso della fettina che era rimasto nel piatto. Insomma, da allora abbiamo fatto amicizia. Tutte le sere alla stessa ora, ‘sto cosettino di pelo si presentava davanti al tavolo e piano piano ha cominciato a giocare con le pantofole, e poi –come fanno i gatti- mi ha cominciato a venire in braccio. Senza fretta. Io sono stato al gioco, mentre finivo la mia bottiglia e le mie sigarette. Non era male come cosa. La sera è il momento più triste, specie adesso che fa notte sempre prima. Quando ti vengono i pensieri e ci serve il vino e qualcos’altro per decidersi e andare a coricarsi. Ormai sono vecchio e c’ho fatto l’abitudine a stare da solo, conosco i trucchi. Ma col micetto, passavo quell’oretta giusta, per andarmene a letto più contento.
Poi dall’altro giorno, niente più. L’aspettavo col pezzetto di ciccia sul piatto, alla solita ora e un po’ di latte per terra al solito posto. Non è venuto. Si sa coi gatti come succede. Oggi qui, domani chissà. Senza padrone. Sono rimasto ad aspettarlo fino a tardi. E la mattina dopo, il latte era ancora tutto nel piattino. Così pure il giorno dopo. Se n'è andato. Confesso che ci sono rimasto male. E' un paio di giorni che ci penso.
Mi sta bene, così imparo ad affezionarmi. Eppure credevo di averci fatto il callo. Come con le donne, che sono andate e sono venute. E ora non me ne frega più nulla. Gli amici poi, quelli sono andati e basta. Chissenefrega pure di loro.
Mi sta bene. Me ne fumo un’altra e poi vado a dormire che è ora.
Come faceva quella canzone? “Quello che non ho è quel che non mi manca.”
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Ragioni Etiliche - 1